Giornale del cibo e delle tecniche di vita materiale

Un Natale lungo novant’anni

Il lungo pranzo di Natale. Image by Ros Kavanagh

Thornton Wilder è uno dei pochi autori che può vantare ben tre premi Pulitzer. Meglio di lui hanno fatto solo Robert Frost, Eugene O’Neill e Robert Sherwood che però, a differenza sua, non sono nati il diciassette aprile del 1897, cioè nel giorno dell’Aurora UFO crash, in Texas: storia di una nave a forma di sigaro schiantata su suolo terrestre il cui pilota, non umano e non sopravvissuto, sarebbe poi stato seppellito nel cimitero locale. Ora, questa storia si dice che sia in realtà una trovata a scopo turistico e che non sia vera. Quel che è vero invece, è che trentaquattro anni più tardi, Thornton Wilder ha scritto un’opera teatrale di novanta minuti che racconta un pranzo di Natale lungo novant’anni. Ovviamente s’intitola Il Lungo pranzo di Natale (anche se l’originale è The Long Christmas Dinner) ed è il percorso generazionale della famiglia Bayard al cospetto della festività più importante dell’anno. Una messa in scena dove i personaggi entrano da una porta che simboleggia la nascita ed escono da un’altra che rappresenta la morte. In mezzo una sola certezza, e mezza. La prima, in pieno stile americano, è la presenza del tacchino. La seconda è il calice. Ma qui l’autore non è mai stato chiaro in merito: c’è dentro vino o sherry? Va beh, tutto il resto è finzione, nel senso che il tavolo non è imbandito e il resto del cibo non esiste. Quel che esiste è la liturgia gastronomica classica del Natale anglosassone qui trasformata in un pranzo che diventa un concetto eterno, un rito che prescinde dal menu specifico e si concentra sul ciclo della vita.

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