Scrivere diTrippa Milanoe del percorso gastronomico diDiego Rossiper certi versi è quasi inutile. Tutti in città sanno che si mangia benissimo, che l’effige rossa appesa fuori dall’ingresso meriterebbe un disegno diverso, che si spende poco per essere a Milano, il giusto se fosse fuori bastioni, e che per prenotare bisogna armarsi di pazienza. Però sono ormai dieci anni che lostatusè felicemente e fortunatamente conclamato. Allora perché parlarne ora? Primo perché sulla Gola non lo abbiamo mai fatto, secondo perché, sotto molti aspetti, il Trippa Milano oggi è particolarmente legato all’attualità. E lo è perché è l’attualità stessa a muoversi. Così, nel momento in cui la questione del cibo nella spazzatura ha superato quella del cibo spazzatura, e nel momento in cui il pubblico sembra indirizzato sempre più verso qualcosa di più semplice e meno costruito, ecco che il suo menù diventa una sorta di dichiarazione d’intenti. Perché tolto il vitello tonnato, la carne è servita solo in battuta, lombatello oppure è di lumache. Tutto il resto è prima vegetale, dai broccoli al radicchio passando per gli agretti, poi quinto quarto: con la trippa fritta perfetta padrona di casa, golosa e accogliente, mentre l’animella di vitello con carote di Polignano, cavolo riccio e salsa pazza, è un po’ la protagonista nascosta di una serata dove la tovaglietta di carta riciclata vale molto più di alcunemise en placeche lì si fermano. Il tutto accompagnato da una carta dei vini ricercata, per nulla scontata e con qualche sorpresa.



