Sono bastati pochi secondi, cinque per la precisione, per trasformare un normalissimo video spaziale in una bomba di marketing involontaria, casuale e, soprattutto, gratuita. A giovarne è stata laNutella, che ha fluttuato per quel piccolo lasso di tempo all’interno della capsulaOriondiArtemis II. La viralità è stata immediata. I commenti pure. L’account americano della crema spalmabile italiana ha lanciato un“Nutella is out of this world”, i media americani hanno risposto con un“Delicious advertising accident”, mentre laNasaha chiosato con un“Sweet Moments”. Al di là dell’effetto marketing, la domanda è: “Cosa ci faceva un barattolo di Nutella nell’armadietto di una navicella spaziale?”. Semplice. Basta non considerare il cibo solamente come un fattore nutritivo per allargarne la sua essenza all’emotività. Ogni astronauta, infatti, oltre ai preparati standard, già spesso diversi a seconda della loro provenienza, ha a disposizione una quota di comfort-food. Di solito è il venti per cento. Un qualcosa che sia appagante da un punto di vista psicologico. Un legame con le proprie abitudini, una rassicurazione in un momento impegnativo o, come in questo caso, una dose di energia (golosa) in uno stato semisolido che non sbriciola. Quello dell’alimentazione nello spazio è un percorso iniziato negli anni sessanta quando ai vertici della Nasa si accorsero che nutrire solo il corpo di un astronauta non bastava. Bisognava andare oltre. E così è stato, talvolta in modo assolutamente creativo, basta ricordare, tra le altre, le collaborazioni del gruppoSpace Food Labprima conDavide Scabinnel trasformare piatti come le lasagne, il risotto al pesto, la caponata, la parmigiana di melanzane e il tiramisù, perLuca Parmitano, poi conStefano Polatoche ha rielaborato pesce e carni bianche perSamantha Cristoforetti, che tra l’altro è stata anche la prima astronauta a bersi un caffè espresso nello spazio, grazie a una collaborazione traLavazzaeArgotec.



