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In Noma dell’Esserci o non Esserci

Noma Los Angeles

La notizia del giorno, roba da sconvolgere il mondo della gastronomia da competizione, è il passo indietro diRené Redzepiche ha lasciato la guida del celeberrimoNoma. Lo chef, che ha preso congedo viaSocial, ha sostanzialmente ammesso di aver avuto dei comportamenti sbagliati: “Le scuse non sono sufficienti: mi assumo la responsabilità delle mie azioni”. Ovviamente ha anche detto di essere cambiato, ma tant’è. L’inchiesta delNew York Timesche lo ha messo con le spalle al muro con decine di testimonianze di ex dipendenti che hanno raccontato di maltrattamenti fisici e psicologici tra le mura di Copenaghen ha fatto scappare sponsor e mosso un’altra considerazione; visto che ora, la versione pop-up di quello che per molti era il miglior ristorante del mondo (e il fatto che esista un ristorante migliore del mondo è buon motivo di dibattito) è a Los Angeles: città di un paese dalla moralità schizofrenica. Dunque ai piedi di Hollywood si possono spendere millecinquecento dollari per una cena realizzata da uno chef così moralmente esposto? No. E non solo. Perché le ultime righe di Redzepi, “Noma è sempre stato più grande di una sola persona, e questo prossimo passo onora proprio questa convinzione”, porta a una nuova considerazione. Un ristorante senza chef ha un senso nel mondo dell’alta ristorazione? Soprattutto ora, nell’epoca dellostar-kitchen? Forse no. Il Noma, come tutti quei ristoranti da classifica, avràbisogno di un erede o di un ritorno, perché in certi ambienti non si può fare a meno di un qualcuno che prenda le decisioni. Che poi questo si traduca in un buon piatto non è assolutamente scontato. Anzi. Però è fondamentale per il racconto.

(Fabio Gibellino)

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