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Capalbio e l’arte del Frantoio

Il Frantoio, Capalbio

Aprire un ristorante in un museo ormai è una formula consolidata e di successo. Nella sola Milano ci sono il tristellato di Enrico Bartolini al Mudec e il bistellato di Andrea Aprea all’interno della Fondazione Luigi Rovati. A Londra, Giorgio Locatelli ha scelto di aprire il suo nuovo luogo di ristoro tra le mura della National Gallery. Un po’ più a sud, a Capalbio, in Maremma, invece c’è un ristorante che non ha le stelle ma ha una galleria tutta sua. Anzi, in questo caso, e in anticipo sui tempi, sono piatti e calici a ospitare foto, sculture e dipinti: non viceversa. Si chiama Il Frantoio, nasce nel 1996 per volontà di Maurizio Rossi e Mauro (Ado) Lupinetti, e da subito, ispirato da Philippe Daverio, che della Maremma era frequentatore, sceglie di dedicare uno spazio importante a una galleria d’arte. Luogo oggi curato da Maria Concetta Monaci. Non solo, perché nel 2001, il Frantoio diventa una sorta di microcosmo. A bar, ristorante e galleria d’arte si aggiungono anche una boutique e, soprattutto, una libreria: quest’ultima voluta da Veruscha Rossi (figlia di Maurizio). Poi certo, c’è la cucina. Di territorio, rassicurante e con qualche variazione sul tema. Perché il menù, oltre a una terra fatta soprattutto di cinghiale, buttera e fiorentina, propone tra le sue portate più interessanti fritture di paranza e baccalà. Perché, cosa da non sottovalutare, in Maremma, essere a cinque chilometri (in linea d’aria) dal mare e a poco più di duecento metri d’altezza, significa trovarsi pieno entroterra.

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