Uno dei prodotti simbolo dell’enogastronomia italiana è l’olio d’oliva. Se ne produce un po’ ovunque lungo lo stivale. In alcune zone è più buono che in altre, ma difficilmente è pessimo, a patto di non esagerare con il prezzo più basso. Già al supermercato se ne possono comprare di buoni. La scelta è ampia, talvolta troppo. Anzi, a guardare le etichette sicuramente. Perché nonostante il nostro paese sia stretto, lungo, alto, basso e, soprattutto, può contare su ben cinquecentotrentotto varietà di olivi, un consumatore, l’olio se lo deve scegliere un po’ così, a intuito. Certo, può decidere se lo preferisce extra vergine, se lo vuole di una regione ben precisa, con olive italiane, se monocultivar e, qualche volta, può arrivare a decidere di anche varietà, ma non può sceglierlo in base alle caratteristiche organolettiche come invece spesso si fa con una bottiglia di vino. Nell’etichetta di un olio di oliva non c’è nessun rimando, e non ce n’è perché per il legislatore bastano tre parole: fruttato, amaro, piccante. Sembra quasi che consumare olio sia un qualcosa di punitivo. Di tutto questo, ai produttori pare non interessare molto, perché altrimenti avrebbero già fatto qualcosa. Per andare un po’ più a fondo però, da giovedì ventidue gennaio e per un paio di giorni, a Palazzo Mantovani Furioli di Rho andrà in scena la quindicesima edizione di Olio Officina Festival, l’unico think tank europeo sull’olio e i condimenti organizzato da Luigi Caricato, fondatore di Olio Officina, che sull’argomento si sta battendo da diverso tempo.


